Forbici per tutte. Dare un taglio al sessismo dei movimenti

Di la pantàfika il 6 ottobre 2013

Compagna, non dire a voce così alta che nei centri sociali si verificano aggressioni maschiliste, questo indebolisce il movimento.  ZAC! SU TUTTA LA BOCCA

A partire dal duemila, in seguito alla segnalazione e denuncia di aggressioni sessiste da parte di attiviste di movimento, a Barcellona si è sviluppato un intenso dibattito sulla violenza di genere interna al movimento stesso, dibattito che ha coinvolto diverse realtà, non solo catalane, ma anche italiane, quali collettivi femministi, singolarità, gruppi di discussione autorganizzati, misti e non. La lunga serie di dibattiti è culminata nella pubblicazione, a cura del collettivo editoriale La Haine,  di un dossier intitolato Tijeras para todas – textos sobre violencia de genero en movimientos sociales / Forbici per tutte – testi sulla violenza di genere nei movimenti sociali, una cassetta degli attrezzi, da tenere a portata di mano, per riconoscere, denunciare e combattere i conflitti di genere che ancora attraversano i movimenti, nella convinzione che, poiché non esiste una gerarchia delle lotte, secondo la quale alcune sarebbero più importanti di altre, l’antisessismo non può essere accantonato temporaneamente per far posto ad altre priorità.  In fin dei conti, quando si tratta di sessismo, il confine tra il dentro e il fuori il movimento è fittizio e la violenza è sempre la stessa, poiché le dinamiche non differiscono da quelle della società in generale. Il dossier si presenta come un invito all’azione ed è diviso in tre sezioni: il contesto, ossia la violenza machista nelle aree di movimento, da cui proviene chi ha partecipato  alla realizzazione di Tijeras para todas; testi scritti come risposta ad aggressioni maschiliste ed infine proposte di azione femminista diretta.

Di fronte alle incessanti trasformazioni delle nostre società postindustriali e globalizzate, le strategie di movimento, oramai in crisi, anche perché incapaci di andare oltre la dinamica azione-reazione, attacco-risposta, hanno dismesso l’impegno sovversivo e hanno ripiegato su una “moralità antagonista” tutta protesa a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, con conseguente espulsione delle soggettività irriducibili ad ogni manicheismo. In questo quadro decisamente reazionario, dal momento che elimina ogni voce di dissenso e reprime ogni esigenza di trasformazione radicale dell’esistente, si ripropone un immaginario vecchio e stantio, che si fonda su dicotomie classiche, prima fra tutte quella maschile/femminile. Così, quando nel centro sociale c’è un collettivo di donne, tutto ciò che ha a che vedere con il sessismo e la violenza di genere ricade su di loro. Il femminismo è ritenuto questione di donne, agli altri non interessa, se non per la patina di progressismo che conferisce al centro sociale medesimo.

Per converso, l’immaginario collettivo di movimento è dominato in larga misura dal mito del buon militante, il leader le cui virtù sono esasperate a tal punto da assumere tratti caricaturali in alcune figure prototipo: giovane uomo bianco con cappuccio nero e propensione alla violenza, le sue caratteristiche sono la forza, il coraggio, la decisionalità, la capacità di osare e, soprattutto, di tenere nascoste le sue contraddizioni. Da un altro lato, incontriamo il modello dell’intellettuale, con buona preparazione teorica (o almeno attitudine a dimostrarla), forte capacità di persuasione, doti organizzative e direttive e tendenza alla leadership. Entrambe le varianti mantengono i tratti della mascolinità tradizionale, ma mentre il primo è più prossimo all’idea normativa di mascolinità delle classi basse, il secondo rappresenta la variante alto-borghese.

Sia il modello dell’eroe incappucciato che quello dell’intellettuale, entrambi normati e normativi, possono dar luogo a maltrattamenti, sia fisici che psicologici:  bavosità varie ed eventuali, percosse, tentativi di ottenere rapporti sessuali forzatamente sono maltrattamenti fisici evidenti, ma sono forme di violenza invisibilizzata, e non per questo meno grave, anche la creazione di rapporti di dipendenza e di subalternità fra sessi, in cui una donna viene indotta a credere che, senza il consenso maschile, lei da sola non vale niente. Così, criticare quello che comunemente viene ritenuto “un buon compagno”, ha come contropartita il ricevere l’accusa di fare il gioco del sistema e di non capire che ci sono questioni più importanti da affrontare. Di conseguenza, qualsiasi critica  interna viene trasformata in un attacco “alla causa” ed il gruppo, ricorrendo a strategie di corporativismo maschile, si chiude in una difesa identitaria del “noi”, lanciando un appello militaresco all’unione ed all’isolamento dell’eretica al quale, non di rado, rispondono anche le cosiddette compagne. E ciò risulta estremamente facile quando la ricerca del consenso assume una priorità assoluta ed autoreferenziale in un gruppo dove più della metà non ha un pensiero critico autonomo,  ma si accontenta di discorsi preconfezionati analoghi a quelli di qualsiasi telegiornale e per di più pretende che tali discorsi vengano posti sullo stesso piano di opinioni maturate a seguito di un lungo lavoro, tentando così di abbassare ai minimi termini il livello della discussione.

Davanti al rischio di un conflitto interno, si rinforzano i ruoli di genere prestabiliti, che per le donne corrispondono al mediare, pacificare, comprendere e, dunque, al prendersi cura del gruppo e della sua coesione. Così, paradossalmente, anche le “compagne” finiscono per mettere al primo posto la difesa del gruppo identitario insieme alla ricerca di un consenso mediocre, nell’illusione che l’aggressione alla dissidente non sia un problema di tutte. La retorica dello spazio liberato è funzionale a questa strategia e finisce per mistificare la realtà, come se la lotta contro il sistema fosse più importante della lotta contro tutto ciò che di questo abbiamo interiorizzato. Nessun@ di noi può dirsi liber@ fino in fondo, perché tutt@ viviamo in un sistema di cui assorbiamo le norme fin dalla nascita. Nessuno spazio okkupato, o liberato che dir si voglia, è immune dal riprodurre le stesse  dinamiche che regolano i rapporti sociali strutturati sul binarismo di genere, con conseguenti derive sessiste. Chiunque attraversi la realtà dei centri sociali, senza lasciarsi fagocitare e rinchiudere dai loro recinti, noterà facilmente come i ruoli di genere, nella maggior parte dei casi, vengono riprodotti fedelmente, rinforzati e dunque naturalizzati. Mentre infatti gli uomini organizzano l’agenda politica, stabiliscono la programmazione del centro sociale, arringano le “masse” durante le iniziative pubbliche, le donne cucinano, passano la serata a servire al bar e poi puliscono tutto. Con questa divisione di compiti, i ruoli di genere non solo non vengono messi in discussione, ma sono rinforzati e naturalizzati, perché viene assunto come dato naturale il fatto che un’assemblea sia diretta al maschile, mentre le donne preparano i pasti per tutt@, servono al bar e provvedono a mantenere tutto in ordine, assumendosi la cura del centro sociale e di chi lo attraversa.

In tale contesto normato, chi fa eccezione va ricondott@ in qualche modo ad un modello per così dire familiare e a sua volta stereotipato. Così, al mito dell’eroe fa da contraltare quello dell’eroina, colei che non si piega e non si assoggetta, una donna liberata che in qualche misura deve corrispondere al macho bianco moderno: indipendente, forte, attiva, sicura e anche lei esente dalle contraddizioni. E’ questa un’altra mistificazione della realtà, oltre che un prodotto del patriarcato, perché essere una militante femminista non implica né l’essere immune da contraddizioni, né il poter fare a meno delle altre (e degli altri). Nessuna di noi è completamente autonoma perché tutt@ cresciamo in un sistema etero-patriarcale che si fonda su legami di dipendenza,  né  qualsiasi problema è risolvibile individualmente. Rompere l’immagine di donna forte e dura, vivere con le proprie molteplici sfaccettature, performare la propria vita in maniera diversa sulla base delle circostanze, manifestare il  malessere e chiedere aiuto, sono pratiche sovversive che disarticolano l’etero-patriarcato. Le barriere da abbattere sono numerose e resistenti ed il lavoro si fa più arduo quando si continua con incertezza e titubanza a cercare delle possibili soluzioni, affibbiando alla singola la responsabilità ultima di una ferma risposta ad episodi di autoritarismo e sessismo, se non di violenza vera e propria, fisica e/o psicologica.

La violenza strutturale  è un meccanismo di controllo sulle donne non solo quando si manifesta in forma estrema ed evidente, ma anche in quanto si dà come relazione normalizzata e naturalizzata che si può esercitare senza bisogno di giustificazione. Dunque, oltre a  saper riconoscere la violenza di genere come fatto strutturale, è indispensabile creare le condizioni necessarie per evitarla e assumerci la responsabilità di ciò che ci accade intorno. Nella maggior parte delle situazioni non risulterà chiaro come reagire, però si può far in modo di aver chiaro almeno il fatto che bisogna parlarne, discuterne e non silenziare le questioni, perché il silenzio significa accettare la situazione, non dare visibilità ai problemi e impedire che si trovino soluzioni, tanto collettive, quanto individuali, nel tentativo di “evitare lo scandalo”. Invece, che si abbia il coraggio di dare scandalo impedendo di normalizzare la musica sessista nei concerti, gli slogan sessisti alle manifestazioni, le posizioni di superiorità nelle assemblee e nelle relazioni, i ruoli divisi per genere. Smettiamola con la dicotomia buon@/cattiv@ che abbiamo imparato nelle favole della nosta infanzia. Gli eroi non esistono. Piuttosto, impariamo a metterci in discussione in qualsiasi momento, rifiutamoci di simulare tranquillità e di accettare situazioni che ci infastidiscono e, soprattutto, prestiamo ascolto a chi ha il coraggio di farlo. Le soluzioni perfette non esistono, però esiste la possibilità di cambiare ciò che non piace. Non siamo migliori, però possiamo ambire a vivere meglio gli spazi che attraversiamo.

Di seguito, il manifesto distribuito nei centri sociali ed in ambienti politici di movimento dall’ Assemblea di genere di Barcellona, 2004.

Aggressione è quando mi sento aggredita

Se mi sento aggredit@ reagisco come mi pare. In una situazione di aggressione, quello che voglio reprimere è l’aggressione stessa, non la reazione a questa.

Se mi sento aggredit@ non voglio sentirmi sol@ per il fatto che è la prima volta che sto qui, perché non conosco nessun@ o poca gente, per la paura che non mi diano appoggio o per qualsiasi altro motivo.

E collettivamente?

Non vogliamo essere il/la macho, né il protettore/la protettrice di nessun@, però nemmeno vogliamo usare questo come scusa per non fare niente.

Non vogliamo guardare dall’altro lato quando siamo presenti ad un’aggressione. Un’aggressione non si verifica solo tra chi aggredisce e chi è aggredit@. Anche noi siamo qui! Vogliamo starci bene e non vogliamo passarci sopra!

Gli spazi “liberati” non sono esenti da aggressioni.

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Materiali sul sessismo nel movimento

Condividiamo ZINES e materiali su come affrontare episodi di sessismo dentro al movimento anarchico e queer:

1.breakingthemanacles

2.TIJERAS

3.revolution-starts-at-home

4.Taking The First Step

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VIDEO 8.03.14 Io decido

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question gender – fight back! (SeriXM)

Da SeriXM

mostra

Il 27 ottobre a XM24 abbiamo costruito una giornata  per aprire un discorso sul Genere e sulla violenza di genere, considerando la nuova legge approvata qualche settimana fa che inserisce il femminicidio all’interno di un disegno di legge chiamato disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonchè in tema di protezione civile e di commissariamento delle province.

Questo testo, a grandi linee, prevede infatti: misure restrittive sullo stalking, facendolo passare come un evento speciale quando è invece purtroppo una prassi; pone l’accento sulla violenza domestica; prevede la possibilità di concedere un permesso di soggiorno per vittime straniere di violenza SOLO ed esclusivamente per quelle donne non di cittadinanza italiana che corrono un rischio serio e attuale per la loro incolumità (quindi, non per tutte le altre…). All’interno di questa legge sono state infilate tutta una serie di norme che con il femminicidio non c’entrano proprio niente, e che invece potranno essere utilizzate per andare ad attaccare e reprimere altre realtà di lotta territoriale (prime fra tutte, noi NoTav).

Il femminicidio ci viene qui proposto come  fenomeno emergenziale e per l’ennesima volta la difesa del corpo della donna diventa il discorso che il potere adotta per legittimare l’introduzione di nuove norme di segno repressivo, così come in passato è stato strumento di legittimazione di guerre o di attacco a fantomatiche altre culture in cui la donna è sottomessa.

Figlie Femmine, aprono la giornata leggendo questo volantino del marzo del 2009 scritto dall’ASSEMBLEA CITTADINA DI DONNE E LESBICHE (BOLOGNA).

La violenza sulle donne è la 1° causa di morte e di invalidità permanente
per le donne fra i 14 ed i 66 anni in Europa, ciò nonostante siamo convinte che la violenza non sia il nostro destino. Per questo vogliamo combatterla alle radici prima che si manifesti, nelle strade ma soprattutto nelle case dove ha la sua espressione più continuativa e massiccia e con l’aiuto della scuola luogo di formazione per tutte e tutti. Denunciamo l’uso e l’abuso del corpo della donna
sempre esposto, disponibile e lascivo, tanto nei media quanto nella
pubblicità che genera la “cultura” dello stupro. Quello che prima era silenzio sulle violenze ora che con l’aumento delle denunce non può più essere tale, diventa strumentalizzazione. Tutti parlano e barattano interessi politici sui nostri corpi.

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Con il collettivo Queens of Chaos  abbiamo esplorato diversi immaginari (come scritte sui muri e grafiche diffuse nei social network) creati, proposti e condivisi per mettere in critica una serie di comportamenti ed azioni che derivano dai “ruoli di genere” e dall’etero.normatività. Sono immagini che aprono a quei mondi che spesso non vengono realmente esplorati ma solo giudicati, banalizzati e spesso repressi sulla base delle norme convenzionali che regolano e disciplinano i rapporti e le relazione (delle persone tra loro e delle persone con loro stesse) nella società patriarcale.

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Alla base della violenza sulle donne sta la cultura dello stupro, il machismo, la deresponsabilizzazione delle società dominante che inneggia a gonne più lunghe piuttosto che a educare al rispetto della libertà e del corpo altrui, rappresentando le donne nei suoi media come bambole, oggetti in mostra che rendono più bello lo scenario.IMG_9211

E da questo arriva l’esigenza di riproporre il discorso, con il rischio di essere “pallose”, per urlare che il discorso non è chiuso, che il femminismo non è una cosa da vetero-settantottine ma è una lotta giornaliera, che parte prima di tutto da noi stesse e da noi stessi.

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Abbiamo scritto sul muro di Xm24 END RAPE CULTURE. UNLEARN SEXISM. QUESTION GENDER. FIGHT BACK! e attacchinato poster per ricordare a tutt* che certe questioni vanno affrontate.

La “desacralizzazione della brava moglie”, serigrafando     immagini e frasi che parlano di emancipazione femminile su un testo di inizio 1900, intitolato Libro per le giovinette, una guida a come gestire la casa e il rapporto con marito e figli. Autorità e disciplina su se stesse e sui figli. Col marito “meglio star zitte e sopportare”.  Diamanda Galas, l’avrebbe forse ingoiato intero.

diamanda

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Domenica 27 ottobre 2013 – giornata antisessista a XM24

Laviolenza sulle donne è la 1° causa di morte e di invalidità permanenteper le donne fra i 14 ed i 66 anni in Europa, ciò nonostante siamo convinte che la violenza non sia il nostro destino. Per questo vogliamo combatterla alle radici prima che si manifesti, nelle strade ma soprattutto nelle case dove ha la sua espressione più continuativa e massiccia e con l’aiuto della scuola luogo di formazione per tutte e tutti. Denunciamo l’uso e l’abuso del corpo della donna sempre esposto, disponibile e lascivo, tanto nei media quanto nellapubblicità che genera la “cultura” dello stupro. Quello che prima era silenzio sulle violenze ora che con l’aumento delle denunce non può più essere tale, diventa strumentalizzazione. Tutti parlano e barattano interessi politici sui nostri corpi.”

Così iniziava un volantino del marzo del 2009 scritto dall’ASSEMBLEA CITTADINA DI DONNE E LESBICHE (BOLOGNA). E con queste stesse parole intendiamo aprire la giornata di oggi.

Del resto la violenza sulle donne (IN QUALSIASI FORMA ESSA SI ESPRIMA, che sia fisica, psicologica, economica o politica) non è un fenomeno nuovo. Come ben sappiamo è onnipresente nel tempo e nello spazio. Non conosce frontiere di classe, di razza, e nemmeno di appartenenza politica.

Ogni giorno siamo sobillate da messaggi che giustificano, legittimano o esercitano questa violenza, messaggi che il più delle volte sono nascosti dietro la maschera dell’ovvietà, della neutralità, e della normalità. Per questo a volte è così difficile anche solo saperli riconoscere. E per questo la nostra esigenza di rivelare le logiche e le retoriche strutturali di questa violenza si fa sempre più pressante. Noi però non ci lasciamo affascinare dalla comunicazione mediatica e di natura demagogica delle istituzioni.
La legge sul femminicidio, approvata qualche giorno fa, ne è un esempio.

Questo testo, a grandi linee, prevede infatti: misure restrittive sullo stalking (facendolo diventare un evento speciale quando è invece purtroppo una prassi), pone l’accento sulla violenza domestica (dimenticando improvvisamente la maniera in cui fino a ieri era stata declinata la violenza sulle donne, ovvero come lo stupro perpetrato dallo straniero ai danni della donna che cammina sola in una città desolata). Tramite la legge sul femminicidio, poi, vengono introdotte tutta una serie di misure di segno altamente repressivo: aumentano le pene per chi si rende autore di violenza, si rende la denuncia per violenza domestica non più revocabile (a parte rare eccezioni), si prevede la possibilità di concedere un permesso di soggiorno per vittime straniere di violenza SOLO ed esclusivamente per quelle donne non di cittadinanza italiana che corrono un rischi serio e attuale per la loro incolumità (quindi, non per tutte le altre…). Senza contare il fatto che all’interno di questa legge sono state infilate tutta una serie di norme che con il femminicidio non c’entrano proprio niente, invece utilizzate per andare ad attaccare altre realtà di lotta territoriale (prime fra tutte, noi NoTav).
Per l’ennesima volta la difesa del corpo della donna diventa il discorso che adotta il potere per legittimare l’introduzione di nuove norme di segno repressivo, così come in passato è stato strumento di legittimazione di guerre o di attacco a fantomatiche altre culture in cui la donna è sottomessa.

Inoltre, il femminicidio ci viene qui proposto come fenomeno emergenziale, scandalo recente, urgenza delle ultime settimane…

Ma noi sappiamo che il termine “femminicidio”, nato in occasione della strage delle donne di Ciudad Juarez, indica una violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna «in quanto donna».

Quindi, francamente, nulla di nuovo per i nostri corpi. “Femminicidio” , c’è sempre stato.

L’errore fondamentale è associare la violenza sulla donna ad un mero reato: il fatto è che chi agisce violenza (fisica, psicologica, economica) lo fa perchè si sente legittimato a farlo.

Sappiamo bene infatti quanto questo sia un fattore strutturale, proprio di una cultura patriarcale. E funzionale ad una struttura economica di stampo capitalistico.

Ai poteri forti serve creare un’immagine della donna come subalterna, per poi erigersi a padre-padrone che accorre in difesa dell’incolumità delle donne della sua nazione. Così il potere si riproduce, così il potere si autolegittima.

Quando consideriamo la legge sul femminicidio, sia chiaro, non vogliamo criticare la maggiore attenzione su questo tema, ma ne denunciamo il Come se ne parla.

A noi interessa scardinare quei meccanismi che portano al perpetrarsi della violenza: di cui il femminicidio, oggi sulla bocca di tutti, ne è solo l’eclatante epilogo.

Ma non siamo solo strumento di riproduzione del potere, sui nostri corpi viviamo ogni giorno le conseguenze di politiche di smantellamento del welfare e del diritto alla salute, basti pensare ai colpi inferti alla legge 194 che legalizza l’aborto in Italia, agli attacchi ai consultori, ormai invasi dai preti, o all’inadeguatezza di una legge come quella sulla procreazione assistita. E non solo…

…sul lavoro, la prima ad essere licenziata o non assunta è la donna., ad esempio. E quando lavoriamo, noi donne, di qualsiasi razza e classe, subiamo il retaggio di una mentalità patriarcale e capitalista: ci troviamo a svolgere il doppio lavoro, quello salariato e quello di cura, Siamo doppiamente esposte al ricatto del licenziamento in caso di maternità, ci viene costantemente ricordato che siamo donne, e che per “riuscire” per “raggiungere i nostri obiettivi” dobbiamo “farci uomini”, “tirare fuori le palle”.

Oggi, siamo qui per prenderci uno spazio. Per parlare di noi, dei nostri corpi, delle nostre storie. Per ricordarci che solo noi dobbiamo avere il controllo sul nostro corpo, sulle nostre esistenze e dei nostri desideri.

Crediamo nella riappropriazione della nostra libertà in senso più puro e nella nostra possibilità di autodefinirci, della possibilità di tutte di decidere per noi stesse.

Viviamo in un sistema finalizzato alla produzione di ricchezza economica per pochi e alla criminalizzazione di ogni altra forma di ricchezza non commercializzabile, individuale e collettiva, come il dissenso. Perché il capitalismo riconosce un solo genere di “uomo”: maschio, bianco, etero e as-soggettato alle regole sociali che ne mantengono i privilegi. Noi, invece, siamo lesbiche, femministe, froce, trans, nere, clandestine e incazzate.

L’obiettivo da perseguire è l’autodeterminazione delle esistenze e dei corpi di ogni donna, che solo attraverso l’emancipazione, l’autorganizzazione, e la lotta al sistema esistente può mettere in crisi e superare la cultura patriarcale della violenza. Il centro forse di tutto è il corpo della donna, il nostro corpo. Il controllo del nostro corpo. E delle nostre esistenze.

Ancora molto altro dovrebbe essere detto e rimangono ancora tante le domande, per questo stasera vogliamo proporvi altri spunti di riflessione attraverso il lavoro di “Attrice contro”.

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