SOLIDARIETA’ E COMPLICITA’ CON GLI SPAZI SOTTO SGOMBERO E I DENUNCIATI DEL 23 e 27 GENNAIO

In questa città ormai tutto quello che non è monetizzabile e commerciabile è diventato illegale. La coincidenza tra esistenza, capitale e legge sta raggiungendo il suo apice. Dalle necessità biologiche a quelle meno materiali, tutto quello che la legge e il soldo non riescono a inglobare è diventato sbagliato, criminale, vezzo da “figli di papà” che dovrebbero invece “andare a lavurà”. Chiamarci oziose, pigre e lavative sarebbe un complimento se descrivesse la realtà, quel che invece detta i tempi delle nostre giornate sono professioni precarie, svariati titoli di studio, lavori di cura e affettività che, come per tutti, portano via tanto tempo, ore passate a fare politica agendo e praticando ecologia, antirazzismo, antisessismo. Il ritornello del “ma và a lavurà” di cui si è appropriata anche la sinistra perbenista per denigrare le nostre vite precarie e la nostra ricerca di spazi di resistenza alla crisi economica e culturale attuale, ha in sé un tale concentrato di menzogne e ipocrisie da far rivoltare lo stomaco. Un tempo questa città era ricca di luoghi liberati, spazi dove ascoltare musica, accedere a una cucina popolare e biologica, visitare mostre e assistere a dibattiti e presentazione di libri poco aveva a che fare con il pagamento di un biglietto, di una legge sul copyright, poco aveva a che fare con la cessione totale e intera dell’esistenza alle esigenze di consumo e produttività dettate dal capitale. Il motto “Vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose” ci ricorda che l’esistenza di tutte e tutti può essere immaginata e agita diversamente dall’idea che tutto quello che non è normato dalla legge, non è reso economicamente “produttivo” sia illegale o criminale. Abbiamo studiato quel che ci avete chiesto, imparato tutte le lingue che ci avete domandato; siamo antirazziste e antisessiste nonostante le schifezze che i vostri media ci hanno propinato, faremo dei lavori dequalificanti per arrivare a fine mese e l’unica possibilità per resistere e raccogliere energie sta nel creare e rendere agibili degli spazi che ci facciano stare bene, che rendano quei rari momenti in cui non dobbiamo guadagnarci il pane (o pensare a come farlo), gioiosi, intensi, emozionanti, “culturali”, vivi. Sappiamo che voi vorreste che questi spazi fossero le quattro mura domestiche che nulla fanno trapelare all’esterno (conosciamo bene la violenza che spesso è celata dietro la facciata della famiglia felice ed eteronormata); sappiamo che ci vorreste vedere trascorrere il tempo libero dal lavoro facendo shopping o rincoglionendoci davanti al computer fingendo di non avere un corpo che ha bisogno di incontrare altri corpi per vivere, ma non è così che andranno le cose. Normare e monetizzare tutto non è un’azione inevitabile, la legge non è una macchina neutra che automaticamente è tenuta a perseguire tutto quello non ha saputo acchiappare, tutto ciò che le maglie del suo linguaggio nemmeno riescono a descrivere o a riconoscere. Le scelte di un’amministrazione, di un rettore, di una questura o di un parlamento e del capitale non sono l’automatica e “tecnica” azione che segue il principio “la legge è uguale per tutti”, ma sono l’effetto di una precisa volontà di renderci sole, mute e produttive.

Noi agiremo per liberare spazi e tempi, per riempirli materialmente di tutto quello che le varie sinistre si sono vantate di voler raggiungere ma dove hanno sempre fallito: anti-razzismo, anti-sessismo, pane e salute per tutte e tutti, quiete, intensità, ironia, vita, Rivoluzione.

Forse saremo incazzate, stanche e frustrate e anche un po’ isteriche, ma almeno siamo vive.

Ci stanno togliendo il tempo, riprendiamoci gli spazi!

Figlie Femmine

versione inglese da RQAC Budapest:

http://rqac.wordpress.com/2013/01/31/from-italy-an-analysis-of-ongoing-evictions-in-the-city-of-bologna/

 partigiane

 

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SE LOLA CORRE (PIU’ VELOCE DEGLI SGOMBERI)


bambine corda

 

 

Tic TaC, Tic TaC

ORE 7:35

Il mattino ha la bestemmia in bocca, rimando due volte la sveglia cercando di rubare ancora un po’ di tregua.

Cazzo, pensavo di essere diversa da mia madre, non credevo che anche io avrei finito per regolare l’orologio 10 minuti avanti per garantirmi l’anticipo psicologico.

Ok, ok mi alzo!Argh, dolore! un altro mignolino sacrificato sull’altare del buio: ma devo cercare di non fare rumore, la coinquilina ha fatto il turno di notte

Vado in cucina, metto su il caffè ed evito appositamente l’oroscopo: la mia giornata tanto è già perfettamente scandita. Il notiziario mattutino di Radio Città del Capro e la preparazione del pranzo pret-a-porter occupano già un buon quarto d’ora, il tempo del cazzeggio è quasi finito ma ho ancora un minuto per sentire che hanno sgomberato Bartali: ma allora è proprio vero, i cattivi stanno chiudendo tutti gli spazi!

La pagina del quotidiano regime.it di Boloña oggi titola così:

Tempo e spazio non quotati in borsa sono illegali: il comune sgombera i centri sociali

Merda, vorrei chiamare qualcuno…fare qualcosa, ma sono già in ritardo per il lavoro e il capo ‘sta volta mi ammazza davvero.

Prendo l’autobus, è così pieno di gente da darmi la nausea e in più non posso nemmeno addormentarmi sulla spalla della signora davanti a me, devo restare ben vigile per giocare a “indovina il controllore”; non posso proprio fare il biglietto, ho solo 3 euro in tasca per tutto il giorno e di prendere la bici non se ne parla nemmeno: rischio di farmi ammazzare nel traffico della mattina e poi ho già la bronchite cronica.

Arrivo in negozio, è tempo di saldi, mi tocca etichettare vestiti tutto il giorno tra un cliente e l’altro. Maledetto contratto in scadenza, devo fare presto, devo fare tanto e devo farlo “bene”: a volte mi chiedo se non sono io a essere in saldo; 6 euro netti l’ora e non posso permettermi nemmeno uno dei calzini che vendo. Ok, ok dai, è un lavoro passeggero, magari…una volta finita l’università trovo qualcosa di meglio, ma sì che lo trovo, come no…alla fine questa è solo la terza laurea…Sarò mica un po’ Ciusy?

Ok, ora di pranzo, mi siedo in piazza al sole, un attimo di pace. E invece no! Uno zelante tutore dell’ordine classifica il mio pranzo portato da casa come degrado e me lo requisisce. Ok, zen, mi raccomando, zen, non piangere, non picchiarlo, non insultarlo: la vendetta è un piatto che va servito freddo.

Finita la giornata di lavoro posso finalmente correre a Zm 24, per vedere i compagni, parlare dello sgombero di Bartali, chiudere fuori questo mondo impazzito. Mi fermo, strizzo gli occhi e mi ricordo che l’hanno raso al suolo, al suo posto una scintillante rotonda. Sono sola, mi sento sola, ok, ok, niente panico, c’è ancora Amantide. Cazzo, si è già fatto buio, non c’è nessuno in giro perché non si può stare in piazza, non si può stare in strada. La città deserta non è sicura, fa solo paura: mmm…quasi quasi rimpiango i bonghi.

Finalmente arrivo a porta Santo Subito ma hanno cacciato le compagne di Amantide e al posto loro trovo l’associazione apolitica “Il Pollo e l’Acciaio” che organizza un corso di ginnastica tantrica per braccia erettili del terzo millennio.

ORE 21

Ma cosa sta succedendo, come siamo arrivati a questo punto? Dove sono tutt*? Dove siamo tutt*?

TiC TaC, TiC TaC

Ma noi la storia la vogliamo far finire in un altro modo…

ORE 19,00: Finita la giornata di lavoro posso finalmente correre a Zm 24, per vedere i compagni, parlare dello sgombero di Bartali, chiudere fuori questo mondo impazzito. Mi fermo, prendo fiato prima di entrare, c’è un’assemblea cittadina in cui decidere come rispondere agli sgomberi. Uaaaaau, non avevo mai visto così tanta gente! Dopo qualche ora si decide di rispondere a chi ci ha rubato uno spazio liberato. Occupazione dei palazzoni sfitti del quartiere, corteo improvvisato, saltano i lucchetti, si aprono le porte e si spalancano finestre da troppo tempo ricoperte di ragnatele.

ORE 23,00: Driiiiiiiiiiiiiiin… squilla il telefono, mi chiamano le compagne, corro ad Amantide, sta succedendo un casino.

Salgo sull’autobus di fretta con un gruppo di compagne, i controllori alla fermata non ci provano nemmeno a salire, siamo tutte senza biglietto, e loro sono solo due.

Scesi dal bus vediamo quattro energumeni zoppicanti correre lungo via Santo Subito. Uno si tiene anche la testa. Ad Amantide ci dicono che erano dell’associazione apolitica il Pollo e l’Acciaio e volevano lo spazio per fare corsi di ginnastica tantrica per guarire qualche problema legato al sistema nervoso… ma chi era lì li ha prontamente accolti a suon di calci nel sedere. Un tacco scagliato in fronte ha un grande potenziale di convincimento.

Anche lì si è sparsa la notizia di Bartali, e si risponde con una grande occupazione di un palazzo dell’Alma Water…con giardino e piscina!

Chiudo gli occhi respirando l’aria attorno a me… e mi sento a casa.

IL FINALE SIAMO NOI A DECIDERLO…

CI STANNO RUBANDO IL TEMPO, RIPRENDIAMOCI GLI SPAZI!

Noi agiremo per liberare spazi e tempi per riempirli materialmente di tutto quello che le varie sinistre si sono vantate di voler raggiungere ma dove hanno sempre fallito: anti-razzismo, anti-sessismo, pane e salute per tutte e tutti, quiete, intensità, ironia, vita, Rivoluzione. Forse saremo incazzate, stanche e frustrate e anche un po’ isteriche, ma siamo vive!

Figlie Femmine, gennaio 2013

 

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E’ morto un ragazzo, riprendiamoci la lotta! -sommovimento spontaneo nazio-anale-


È vero: omofobia e transfobia sono una piaga sociale. Ma lo sono in quanto “sintomo” dell’eterosessismo, del razzismo, del fascismo dei corpi e dei desideri che costituiscono i pilastri delle nostre società, dell’ordine culturale e politico prodotto e riprodotto dalle chiese e incarnato dallo stato che ne sorveglia i confini. Viviamo in un sistema capitalistico finalizzato alla produzione di ricchezza economica per pochi e alla criminalizzazione di ogni altra forma di ricchezza non commercializzabile, individuale e collettiva, come il dissenso.Perché il capitalismo riconosce un solo genere di “uomo”: maschio, bianco, etero e as-soggettato alle regole sociali che ne mantengono i privilegi. Noi, invece, siamo lesbiche, femministe, froce, trans, nere, clandestine e incazzate. Oggi non siamo lacrime né fiaccole, non siamo una generica legge contro l’omofobia perché il sistema deve essere rivoltato, non “curato”.
L’unica alternativa che conosciamo è la r-esistenza che nasce dall’alleanza tra soggetti eccentrici, eccedenti, che porta alla condivisione di un percorso comune di lotta e di rivendicazione. Perché noi siamo quelle non integrate e integrabili e il nostro obiettivo è dis-integrare le politiche fasciste ed escludenti di ogni stato.Siamo studentesse che vivono nelle macerie della scuola pubblica mai stata laica cercando di immaginarne un’altra; siamo clandestine rinchiuse nei CIE, senza i diritti minimi e fondamentali, colpevoli di aver cercato spazi di libertà; siamo precarie che vogliono scendere in piazza generalizzando lo sciopero ad oltranza; siamo donne senza pillola del giorno dopo, stigmatizzate se scegliamo di abortire ma con contratti in bianco che lottano per affermare un’autentica libertà sessuale; siamo trans che alla patologizzazione rispondono con l’autodeterminazione.
E allora in queste ore scendiamo in piazza oltre la retorica dell’autocommiserazione e fuori dalle strumentalizzazioni. Siamo ribelli e siamo contro un sistema che ci vuole omologate e standardizzate. Scendiamo in piazza sia per ricordare D. sia per ricordare che esistiamo tutte e siamo arrabbiate; per dire che le froce rigettano la ripulita immagine gayfriendly di Israele e sono al fianco delle queer palestinesi, che si oppongono alle politiche di austerity della UE e a tutte le politiche di devastazione sociale. Più determinate che mai a difendere i nostri pantaloni rosa e i nostri dildo, per rivendicare un reddito di esistenza, il nostro diritto allo studio e alla riappropriazione dei saperi, la nostra libertà politica di manifestare.È morto un ragazzo, riprendiamoci la lotta.
Sommovimento spontaneo nazio-anale di singolarità e gruppi Queer
Cime di Queer, Laboratorio Smaschieramenti, Sguardi Suigeneris, Collettivo Femminista Le Ribellule, Slavina, Figliefemmine, Forum delle donne di Brindisi, QUEERomagna, Collettivo Tabù, AteneinRivolta (coordinamento nazionale dei collettivi), Sara Manfredi, Lab Autoformazione, Federico Zappino, Alessandra Senettin, Chiara Siani, Libera Voler, Giuseppe Rendina, Gianna Pisicoli, Lilith Primavera, Lorenzo San, Mujeres Libres, Fuoricampo Lesbian Group, Grazia Palumbo, Giovanna Cavatorta, Daria D’Ambrosio…
Per ulteriori adesioni di singolarità e gruppi Queer  indirizzo e-mail. cimediqueer@gmail.com
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Il fascismo ci vuole tutte uguali, madri, eterosessuali e bianche

Per noi una pratica antifascista non può che essere antisessista, così come il femminismo non può prescindere dall’antifascismo.

Il fascismo ha molte facce: si aggira con le lame in tasca per le strade, ma ha anche un volto istituzionale. Si declina nelle politiche che colpiscono le donne che sul loro corpo vivono ogni giorno le conseguenze dello smantellamento del welfare e del diritto alla salute, basti pensare ai colpi inferti alla legge 194 sull’aborto e ai consultori. Le donne, ancora, subiscono il retaggio di una mentalità fascista quando si trovano a svolgere il doppio lavoro, salariato e di cura, essendo quindi doppiamente esposte al ricatto del licenziamento in caso di maternità.

Ancor peggio per le donne migranti, sempre vincolate al permesso di soggiorno, tagliate fuori dal sistema di protezione sociale e, allo stesso tempo, nel mirino di politiche xenofobe e ricattatorie, come accade per i ricongiungimenti familiari, che le rendono dipendenti dal permesso di soggiorno dei propri mariti.

L’unica risposta possibile a tutto questo è l’autorganizzazione, la creazione di reti sociali e la solidarietà popolare.

Rioccupiamo le strade e le piazze, cominciamo a stare negli spazi pubblici in modo cosciente, consapevoli di chi ci sta intorno e di ciò che succede attorno a noi. Interveniamo in prima persona di fronte ai piccoli e grandi episodi di violenza, anche di quella meno evidente. In un momento di crisi e di spaesamento collettivo come quello attuale non possiamo permetterci di lasciare spazio a Casa Pound; dobbiamo immaginare forme di lotta che combattano la retorica delle comunità escludenti e del nazionalismo.

Infine, crediamo che il sessismo e le micropratiche fasciste esistano anche nei luoghi meno nominati (la famiglia, la coppia, il luogo di lavoro, le relazioni interpersonali), nessun* può dirsene davvero immune. Troviamo dei modi per ragionare insieme sulle modalità soggettive e individuali in cui esso si esprime!

Usciamo dall’immobilismo che sembra schiacciarci, perché abituate a subire violenza, abituate al dominio e all’arroganza, abituate a non vedere l’ingiustizia, abituate allo sfruttamento, abbiamo disimparato a guardare e quindi ad agire.

Restare complici di un sistema capitalista, razzista, sessista e omofobo: anche questo è fascismo!

Non agire, ritirarsi in casa, non interessarsi a quanto accade al di fuori del proprio orticello, lasciarsi andare a una rassegnazione privata o a uno stanco immobilismo invece che a una rabbia collettiva non sono solo segni di de-responsabilizzazione, sono segni di fascismo.

Parlo ed è la rivoluzione,

nei miei fianchi, la rivoluzione

Quando camminiamo, la rivoluzione sta venendo!

ANTIFASCISTE SEMPRE!

CHIUDIAMO CASA POUND corteo sab 24 novembre ore 15.00 p.zza Carducci -Bologna-

 CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE presidio 25 novembre ore 17.30 p.zza Nettuno-Bologna-

 

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Free Pussy Riot

Solidarietà dalle figliefemmine.

free pussyriot

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GENOVA NON E’ FINITA!

ripubblichiamo da http://www.10×100.it/

GENOVA NON È FINITA.
DIECI, NESSUNO, TRECENTOMILA…

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”,  il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In  questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

firma qui: http://www.10×100.it/?p=16#more-16

 

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Pride 2012: Volta Rivolta e Torna a Rivoltar

La mia terra scossa, la palude torna in superficie. E io canto agli scarriolanti larilalà, e al loro lavoro.

Come allora, ripartiamo, con le nostre mani e i nostri corpi diamo nuova forma a quelle zolle, a quei mattoni.

Io seguirò questo striscione perchè, come la terra, anche io sono in sommovimento. La mia identità di genere si copre e scopre, cambia, non si ferma: io sono queer.

Sono queer e quel genere di palude, l’eterosessismo che mi vuol affogare, che non lascia respirare, carriola dopo carriola, lo porto via. Con l’attivismo, personale e politico, io sovverto.

La Rivolta sarà queer o non sarà.

Figliefemmine

(che lontane e vicine…si ritrovano sempre)

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Da alcune cane sciolte…Safety, autogestione e resistenza: una comunicazione femminista sul 15 ottobre

Siamo femministe e antifasciste, il desiderio d’esprimerci sull’esperienza del 15 ottobre parte da una serie di sommovimenti interni ai nostri corpi, più che da un’esigenza di far parte della tempesta di “comunicati”. Un comunicato è un participio passato, noi speriamo di metterci in comunicazione.

Il crampo allo stomaco nasce dal fatto che pur essendo in testa al corteo, non abbiamo capito cosa stesse succedendo davvero, dove e come. Non c’è stata una pronta comunicazione, non c’è stato nessun segno, nessuna voce che sapesse informarci del nostro stesso posizionamento. Questo ci porta a chiedere di “ripensare” strutture che già in passato, nelle nostre azioni, avevamo messo in discussione. Cosa è una “testa” del corteo? Cosa è uno”spezzone”? Quale è la differenza tra creare “safety” invece che richiedere ordine e sicurezza? Soprattutto come si organizza un corteo? Chi decide? La “decisione” come prende forma? Come accade che vi siano “scazzi” tra gli stessi organizzatori del corteo rispetto alle azioni e alla modalità di gestione? E soprattutto, dati gli “scazzi”, come si dovrebbe procedere se si sceglie di esserci e di esprimersi in un corteo i cui contenuti “contano” ?

Quello che crediamo è che la forma e i nostri corpi contino quanto i contenuti.

Crediamo che la forma idonea a combattere quell’ordine patriarcale che vogliamo lasciarci alle spalle sia l’orizzontalità. L’orizzontalità è qualcosa che si pratica, si sperimenta, nel modo in cui ci si mette in relazione personalmente, all’interno di un collettivo e nella creazione di alleanze e reti. Gli scazzi e l’arbitrarietà da “accordi del giorno prima” sulle pratiche di garanzia della “safety” non funzionano come “pillola del giorno dopo”. Riteniamo che la condivisione sia un passo imprescindibile per ogni grande manifestazione. Per condivisione ci riferiamo anche alla comunicazione degli “scazzi” stessi, che, evidentemente non c’è stata a livello nazionale, ma si è autocensurata internamente a geografie autoreferenziali, se non…quasi-elitiste di gestione dello spazio pubblico. L’esperienza della manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del 2007, le nostre esperienze indecorose e libere, hanno portato i nostri corpi in relazione, attraverso settimanali assemblee locali e mensili assemblee nazionali a Roma. L’esperienza della Val di Susa ci insegna che la trasparenza degli intenti porta alla rivolta legittima e unita: i media hanno provato a dividerci in buon* e cattiv*, ma non ha funzionato perché l’unità delle differenze non è stata messa in discussione dal movimento stesso: c’era un percorso, e ci sarà. Portiamo una felpa nera quando vogliamo, a volte indossiamo il pink.

La non-violenza non è tra I nostri valori, come donne che lottano contro la violenza patriarcale, degli uomini e dello stato. Il “riot” è una pratica che condividiamo, ma rimandiamo alla capacità di autogestione come coscienza della responsabilità e dell’intenzionalità dei nostri riots.

L’autogestione è una dialettica tra l’”io” e il “noi”: il personale è politico ci guida ancora nella riflessione. L’autogestione è pratica orizzontale che non esula dallo “spontaneismo”. Quello che richiede è la capacità preventiva di “immaginazione” degli eventi e “creatività” rispetto all’orizzonte delle azioni, resistenze, modalità di autodifesa e gestione della “safety” possibili.

Crediamo che sia necessaria una riflessione sulla gestione della Piazza. Perché la scelta, il “sentirsela” o “non sentirsela”, ha finito per essere “costretta” e “imposta” dal contesto? Legittim@ chi attacca la violenza dello stato, legittim@ chi decide di non farsi “normare” dal contrattacco come pratica di guerriglia urbana, non precedentemente concordata o “immaginata” e poco “aperta” all’idea di “safety” delle/gli “altr@”, che diventano “altr@” perché il contesto, non scelto da loro, lo impone.

La data del 15 ottobre costringe il movimento tutto a riportare l’attenzione sulle questioni dell’orizzontalità, della safety, dell’autogestione. Ma non ci stiamo a “partire da capo”. Veniamo da esperienze di orizzontalità e anche da esperienze di scontri. Serve una consapevolezza dell’autogestione come responsabilità politica, come accordo. Un accordo è un’armonia, non una dissonanza. Non si possono ignorare le critiche interne ed esterne, limitandosi a mantenere rigide posizioni minoritarie di “rivendicazione”. Ma non possiamo nemmeno ragionare sentendoci ostaggio della distorsione dei media e tanto meno dell’approccio individualista da “sfogo emotivo da faccialibro”. In Piazza, a resistere, eravamo in tant@. La favolosità della resistenza, il numero (migliaia) di compagn@ in Piazza, e l’ “indignazione” contro la polizia è un prodotto di decine di anni di accumulazione di rabbia contro l’uso di armi illegittime, contro anni di torture e repressione assassina. La stessa che i giornali, e certe proposte stile ’75, propagandano come luogo sicuro, a cui “serenamente” consegnare donne e uomini di quella Piazza. La delazione non ha bisogno di commenti, fa il gioco del regime.

A differenza delle azioni che hanno messo in pericolo i nostri corpi durante il corteo, con una pratica alla “appicco il fuoco e mi barrico dietro la gonna di mamma/folla”, nello scontro con la polizia in Piazza S.Giovanni, nella resistenza alle cariche indiscriminate, si è espressa la politicità della rabbia, il diritto all’autodifesa.

Non sono i colori a normarci, non sono i compagni maschi, non è la nostra uterina irrazionalità, che pare ancora tabù, visto lo shock massmediatico alla visione di “donne black block”. Le quali, Repubblica aggiunge, quasi a tranquilizzarci, dopo aver lanciato un sanpietrino corrono a baciare i fidanzati (stessa “azione” che le “buone manifestanti” avrebbero voluto fare in piazza, stando a ciò che la stampa racconta: un bel bacio eterosessuale a coppie, per un po’ di pepe, e per rassicurare l’ordine patriarcale e la struttura famigliare). Chiediamo a chi ci legge di uscire da queste dinamiche stigmatizzanti.

Il feticismo da “black bra” lo lasciamo a Repubblica, chiediamo invece attenzione alle rivendicazioni di donne, precarie, femministe e lesbiche che in quel corteo c’erano e che continueranno a parlare per sé.

CANE SCIOLTE

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Riflessioni femministe sul 15 Ottobre – da Radio Onda Rossa

Riflessioni femministe sul 15 Ottobre

http://www.archive.org/download/111017mflaparladel15ott/111017mflaparladel15ott….

Racconti e riflessioni a più voci sulla giornata del 15 Ottobre. Violenza non violenza, autodifesa, solidarietà, delazioni, ragazze cattive, buone manifestanti…e molto altro..

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Appello per uno spezzone putatransfemministaqueer nella manifestazione del 15 ottobre

“Veniamo dal femminismo radicale, siamo le lesbiche, le prostitute, l* trans, le immigrate, le sfortunate, le eterodissidenti… siamo la rabbia della rivoluzione femminista e vogliamo mostrare i denti: uscire dagli uffici del “genere” e delle politiche corrette e che il nostro desiderio ci guidi, sempre politicamente scorrette, sempre disturbando, ripensando e risignificando le nostre mutazioni.
Ormai non vale niente essere solo donne. Il soggetto politico femminista “donne” ci è ormai troppo stretto, ed è escludente in se stesso – lascia fuori le lesbiche, l* trans, le prostitute, quelle col velo, quelle che guadagnano poco e non vanno all’università, quelle che gridano, le clandestine, le frocie…”*

dal Manifesto Putatransfemministaqueer

Siamo stanche di sessere carine e comprensive, di stare a casa, di fare lavori di merda, di chiedere il permesso, di sorridere, di avere stile, di farci toccare il culo…

Per troppi anni abbiamo chiesto un cambiamento sociale e istituzionale, l’uguaglianza e i diritti civili come donne e come lesbiche, gay, trans. Ci hanno risposto che i tempi non erano maturi, che sua santità non era pront*, oppure che qualche concessione poteva essere fatta, per le italiane, purché ci prestassimo al gioco delle retoriche e delle politiche nazionaliste, razziste, securitarie, normalizzanti. Purché ci prestassimo a dire che il pericolo per le donne e per le frocie sono gli immigrati. Purché dimostrassimo di essere donne e omosessuali per bene.

Di fronte all’esplodere sulla scena pubblica di scandali sessuali che hanno reso evidente la contraddizione di genere, ci siamo dette: se non ora, quando? Ma non era ancora il momento per poter rigettare in blocco il capitalismo pedo-pornografico-farmacologico che produce e regola questo regime di sessualità.

Oggi, di fronte alla crisi che investe, oltre alle nostre vite, la sovranità statuale, la rappresentanza, le forme della politica, è venuto il momento di agire pratiche comuni a partire dalla complessità e dalla molteplicità delle nostre collocazioni e situazioni, e di convergere verso le lotte precarie per il reddito e per il diritto all’insolvenza.

E’ venuto il momento di portare dentro di esse la critica all’eterosessualità obbligatoria e alla violenza maschile, la ricerca di immaginari postpornografici e di pratiche contrasessuali, per produrre localmente momenti in cui saltino simultaneamente tutte le stratificazioni del biopotere e del potere. Il neoliberismo è intrecciato al biopotere e i nostri corpi, le nostre storie, e le convergenze e alleanze che costruiamo, sono le pratiche che possono sovvertirlo.

A partire dalla giornata di mobilitazione internazionale del 15 ottobre, che vedrà in piazza contro la crisi e la precarietà student*, lavorat*, immigrat*, scenderemo in lotta per le nostre condizioni di vita materiali.

Il soggetto precar* non è una figura astratta della produzione postfordista: è un corpo parlante che comincia a esigere il suo “habeas corpus”.
Sappiamo di cosa parliamo quando nominiamo la ricattabilità politica, sociale e sessuale sul luogo di lavoro; conosciamo bene lo sfruttamento del corpo, dell’affettività, della capacità di relazione 24 ore su 24. Lo sappiamo come donne, gay, lesbiche, trans, queer, da sempre, da molto prima che diventasse una condizione generalizzata.

Il 15 non è che un passaggio: costruiremo uno spezzone che dia visibilità alla presenza inter-trans/lesbo/femminista/queer, in cui ci sia spazio per le pratiche anche diverse che ci caratterizzano.
Vogliamo uno sciopero precario in cui bloccare, assieme ai flussi materiali e immateriali della produzione, anche i flussi di desiderio sostenuti dal capitale, per fare irrompere uno spazio pubblico di riappropriazione dei corpi e dei piaceri, di relazioni e affettività altre.

“Siamo una realtà, operiamo un diverse città e contesti, siamo conness*, stiamo generando alleanze e strutture proprie: non ci farete tacere mai più.”*

Appuntamento sabato 15 alle 13.30 in Piazza Esedra- Roma- Per adesioni, prenotazione bus o comunicare altri spezzoni queer: smaschieramenti@inventati.org
Partenze pullman da Bologna: appuntamento ore 5.30 in autostazione, partenza ore 6.00!

antagonismogay/Laboratorio Smaschieramenti
Frangette estreme
Fuoricampo Lesbian Group
MIT Movimento Identità Transessuali
Sexyshock
Circolo PINK Verona

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